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SPECIALE - ROBOCOP

Autore: Mauro Corbetta @ Martedì, 01 Luglio, 2014
Categorie: RetroEdicola




Per questo secondo speciale di RetroEdicola Videoludica, abbiamo scelto come soggetto uno dei cyborg più famosi della fantascienza cinematografica. Non è una scelta casuale, RoboCop, protagonista nel 1987 del film diretto da Paul Verhoeven, è un personaggio intrigante, ma nonostante il successo iniziale della pellicola, il franchise è stato sfruttato piuttosto male, da qui l’esigua fonte di informazioni disponibili in rete. Non pretendiamo di fare certo un vademecum completo, piuttosto un nostro personale omaggio ai fan del robot poliziotto.

Il film con protagonista Peter Weller, partiva da un assunto interessante: creare un poliziotto indistruttibile per combattere una sempre più feroce criminalità. Uno strano incrocio tra il giustiziere della notte e le tre regole sulla robotica create da Isaac Asimov. Siamo a Detroit, nel futuro, ma un futuro, per la visione che avevamo di fine anni ’80, molto credibile, viziati da una realtà che sputava nuove tecnologie incredibili in continuazione, e la tv ci offriva di tutto, dalle auto intelligenti di Supercar a elicotteri ipertecnologici di Airwolf.
 
La multinazionale OCP si occupa di sicurezza a tutti i livelli, ma il droide poliziotto prototipo ED209, si rivela un disastro. A questo punto subentra un nuovo progetto, RoboCop, metà robot e metà umano. L’agente di polizia Murphy rimane vittima di un massacro da parte di rapinatori e resta mutilato: è il perfetto candidato. Jones, dirigente della OCP che ha creato ED209 è in realtà in combutta con la criminalità organizzata di Detroit, e il Cyborg dalla parte della Legge rappresenta un ostacolo. A RoboCop è stata cancellata la memoria, ma piano piano, grazie anche alla sua ex-collega, il cyborg riacquista alcuni ricordi della sua vita umana e così anche una qualche forma di umanità. Alla fine RoboCop riuscirà a debellare la criminalità sia all’interno della città sia all’interno della OCP. Il “vestito” che Verhoeven sceglie per raccontare questa storia è quello del noir, intriso di violenza allo stato puro, ma anche da una forte componente morale esemplificata proprio dalla figura del cyber-poliziotto, fermamente convinto nella sua missione di fermare la criminalità, ma anche a tenere dritta la barra della legalità.
 
Ad un solo anno di distanza dall’uscita del film, la Marvel provò a portare RoboCop sul piccolo schermo, sottoforma di cartone animato con il medesimo titolo, che ovviamente si rivolgeva ai bambini, edulcorando dunque le scene di violenza presenti nella pellicola di Paul Verhoeven. In tutto la serie si componeva di appena 12 episodi di 30 minuti l’uno.
Al primo film, seguirono due sequel abbastanza mediocri, nonostante venne coinvolto come sceneggiatore, all’apice del successo il disegnatore di fumetti Frank Miller. Una scelta di cassetta, dunque, che però non produce gli effetti desiderati. RoboCop 2 (1990) e RoboCop 3 (1993) sono due film godibili, ma non all’altezza del primo film. Non tutta la colpa comunque fu di Miller: come dimostrò anni dopo l’adattamento a fumetti della sua sceneggiatura originale, si scopre come venne male adattato il tutto. Anche il cambio d’attore nelle vesti del cyber-poliziotto non giovò ai seguiti: da Weller si passa al mediocre Robert John Burke.
 
Anche il Piccolo Schermo dedica uno show di 23 episodi (1994) al superpoliziotto metà uomo e metà macchina. Nella Detroit del 2005, dominata dalle multinazionali e dalla violenza urbana, agisce Robocop (Richard Eden): un cyborg entro cui sopravvivono i ricordi e la sensibilità del poliziotto Alex Murphy, ucciso e parzialmente risuscitato dalla multinazionale OCP. Robocop ha il compito di neutralizzare la sempre più aggressiva criminalità che infesta la metropoli. Nel suo compito è coadiuvato dal sergente Stan Parks (Blu Mankuma) e dalla collega Lisa Madigan (Yvette Nipar).
La serie televisiva ha il merito di mantenere l’atmosfera cupa presente nelle pellicole e l’ottima caratterizzazione del personaggio, che vive a metà tra le sua esistenza puramente tecnologica e le pulsioni umane che ha conservato. Purtroppo, le continue polemiche sulla violenza in Tv e sull’uso delle armi (in America all’ordine del giorno), incidono pesantemente sul risultato finale. Gli script si “ammorbidiscono” troppo, in ossequio alle direttive della Skyvision Entertainment, produttrice dello show.Sono i primi anni 2000 e la Fireworks Entertainment, allora con sede in Canada, è intenzionata ad utilizzare i diritti televisivi riguardanti RoboCop prima che scadano. Decide così di mettere in produzione una nuova miniserie, completamente slegata dal precedente adattamento televisivo, che funga però da sequel ai primi tre capitoli cinematografici del franchise.
 
Nasce così “RoboCop: Prime Directives” (2001) miniserie in quattro parti da circa 94 minuti l’una. Alla regia viene approciato Julian Grant, solido professionista, che decide subito di riportare il robo-poliziotto alle sue radici dark e violente, abbandonando l’approccio family-friendly della serie del 1994. Ambientata dieci anni dopo, “RoboCop: Prime Directives” è una miniserie che, pur non potendo contare su un alto budget e quindi su effetti speciali ed ambientazioni sempre all’altezza, regge molto bene grazie ad una storyline avvincente. Inoltre, introduce nuovi aspetti riguardanti la vita di Alex Murphy prima di diventare RoboCop, fungendo in parte da prequel alle avventure che noi tutti appassionati di fantascienza ben conosciamo, tramite degli azzeccati flashbacks. Nel “suo” presente, invece, Robo ci viene mostrato come vecchio, ammaccato e ritenuto superfluo, visto che Delta City è considerata ormai la “città più sicura al mondo”.
E del Remake del 2014? Non vogliamo proprio esprimerci, una mera operazione commerciale, che niente a che vedere con il personaggio a cui dovrebbe trarre ispirazione...
 
Mauro Corbetta
 
 
 

 

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